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caramelleavvelenate
psicopatologia di una caramella avvelenata


Diario


5 novembre 2007

Je ne fais pourtant de torts à personne...


 

Un'amica di strasburgo (riccioli e sorriso botticelliani) mi suggerisce suadente di rilassarmi, di affidarmi al flusso degli eventi. Mi sussurra per mail che non c'è niente di male a passare pomeriggi nullafacenti sdraiati sulla sabbia, aspettando di trovare la tua musica e i tuoi tempi, senza obiettivi precisi.
Rimugino...
Mi sembra che ci sia del buono, e dell'ovvio, in tutto quello che mi dice. Sento già, però, puzza di fregatura. Un odore sottile ma persistente. Come quando lavori una sera in pizzeria, dietro il bancone a friggere supplì e arancini. Ti fai una doccia, ti profumi, ma lo stesso ti porti uno sgradevole alone addosso, appiccicato alla pelle.

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Oggi ho appena finito di buttare giù la bozza di progetto per il bando delle idee del XIII municipio. È un buon progetto, con un titolo che suona di tutto e di niente (Proposta di percorsi operativi per la promozione della cittadinanza attiva giovanile). Intanto continuano a arrivare gli ultimi poster del concorso Eurogiovane. Un progetto nasce mentre un altro termina. Un'infame (e produttiva) scansione di tempi, mentre il tuo tempo scorre.

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Il problema è che in realtà sono un po' confuso: non mi ricordo più bene coso sono bravo a fare. Conosco a malapena quello che mi piace fare e ci lavoro su. Il processo è relativamente semplice: parti da un'idea e la trasformi in progetto. Le dai un'ampia premessa (motivo d'esistenza della tua idea), degli obiettivi strategici, prevedi delle azioni, e (ciliegina sulla torta) attribuisci un costo a tutto. Preventivare il prezzo delle tue idee significa stabilire precise fasi di realizzazione, minimizzare gli imprevisti per non incidere sui costi, finalizzare ogni tua azione verso un obiettivo preciso. Seguire una torbida ma infallibile equazione: idee+azioni+costi+obiettivi= progetto.

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Lucie (la mia amica di Strasburgo) negli ultimi anni si è data alla poesia slam. Organizza serate e raduni nella sua città, scrive qualche canzone e ogni tanto riesce anche a guadagnarci qualcosa.
Qualche tempo fa ha lasciato l’università: -Ho scelto di farmi definire dagli altri un’artista. È logico per la gente che gli artisti non abbiano progetti, et ils ne te foutent pas ta paix…-
Brava, Lucie. Mi ricordi una canzone di Brassens. Hai una determinazione (caotica) che a me manca; rivendichi un’identità che ancora non conosci e vai fiera della tua mauvaise réputation.

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Alla fine l’ho trovata la fregatura. Io nella progettite mi ci sono gettato per fuggire dalla stabile pianezza dell’università: studia, laureati e studia ancora, che prima o poi arriverà un concorso per un bel lavoro. Adesso mi trovo con un percorso in scienze storiche sbocconcellato, e tanti progetti per lo più incompiuti. Mi ci sono sentito libero nella strana dimensione dei lavori a progetto, e ora mi sento intorpidito. Non puzzo di frittura, ma ciò nonvuol dire che il mio odore attuale mi soddisfi granché.




permalink | inviato da caramelleavvelenate il 5/11/2007 alle 15:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 settembre 2006



A Roma questi giorni tira un’aria pesante da respirare. Da quando Renato è morto, sembra che sia venuto il tempo di tirare un po’ di somme; e non c’è notte bianca che tenga, non accetto che la mia città abbia assorbito il colpo così facilmente e cominci a lustrare le sue vetrine, per dimenticare un po’ più in fretta.

Stasera non ho intenzione di folleggiare: questa è la mia città, e mi sono rotto i coglioni di fare da spettatore. Non ho intenzione di dare retta a chi vuole “normalizzare” la mia rabbia, a chi vuole lasciar correre.

E soprattutto, mi sono reso conto che è mio dovere fare di tutto per non provare mai più schifo per il luogo in cui vivo.

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Se non avete fretta, chiedo cinque minuti del vostro tempo per leggere la lettera che Haidi Giuliani ha preparato per i funerali di Renato; è un lucido frammento del nostro dolore, un tassello della nostra storia che non possiamo scordare:

 

“Qualche giorno fa ero a Brescia, alla bella festa di Radio Onda d’Urto. No, non ero lì per fare festa ma per parlare di Aldro insieme a Patrizia, sua madre. E chissà perché, quando ho avuto il microfono in mano, ho cominciato a raccontare di Luca Rossi, ucciso “per sbaglio” mentre attraversava la strada, negli anni ’70 a Milano, da un poliziotto in borghese che stava litigando con degli spacciatori per affari privati. E poi ho raccontato di Francesco lo Russo, ucciso a Bologna in quegli stessi anni, e la sua storia assomiglia tanto a quella di Carlo, solo che lui è stato colpito alla schiena e non aveva in mano nemmeno un estintore per difendersi. Fanno tutti parte di una lunga lista di archiviati senza verità né giustizia. Così, quando sento la notizia dell’assassinio di Renato penso a Dax. Penso a Davide accoltellato con il suo amico da tre fanatici agonizzante sul marciapiede, mentre qualcuno scrive che si è trattato di una rissa. Non posso non pensarci: sua madre, Rosa, da quel giorno è diventata mia sorella. E penso che ci sono epoche, nella vita del nostro Paese, in cui c’è chi si diletta a fomentare odio: per calcolo politico, per tornaconto personale, per vendere più copie, per tante ragioni.

Sì, c’è chi sfrutta l’ignoranza e il fanatismo per indicare e mettere sotto accusa il nemico di sempre: l’extraparlamentare, il comunista, il libertario, l’alternativo, il ragazzo generoso che sta dalla parte dei senzacasa e dei senzavoce, il ragazzo dei centri sociali. Passano gli anni, cambiano le definizioni, le vittime sono sempre le stesse. Perché, a soffiare sul fuoco, prima o poi il fuoco si accende. La vita umana, in tempo di guerre e di disperati sbarchi di clandestini, vale sempre meno. Vale di meno sui tralicci di un cantiere o in un camion di trafficanti. C’è chi, con la mano sul portafoglio, va teorizzando che quei morti dopotutto se la sono cercata e voluta, che quei morti sono loro, il nemico, loro e chi sta dalla loro parte. Me ne hanno raccontate tante di storie di aggressioni di stampo fascista, in questi anni, durante i miei viaggi. Un anno fa. A Torino, solo per fortuna non c’è scappato il morto: qualcuno era entrato di notte in un centro sociale e aveva accoltellato dei ragazzi che dormivano all’interno; in cambio il giorno dopo la polizia ha caricato e arrestato i loro compagni, che manifestavano contro l’aggressione.

 

È pericoloso essere antifascisti, nel nostro democratico paese; se ne sono accorti anche i ragazzi di Milano: otto di loro sono stati scarcerati, dopo quattro mesi di galera, perché riconosciuti innocenti; gli altri, vedremo. Nessuno si è preoccupato per quelli che sfilavano con tanto di croci celtiche, saluti romani, gagliardetti e altre amenità anticostituzionali.

 

E domenica scorsa viene assassinato Renato. A differenza di altri, per cui giornali e tv spendono parole di fuoco, non è un morto importante, anzi, è un morto scomodo e la notizia passa presto. Io sto qui seduta, ad accompagnare quest’altro figlio al cimitero. Non ce la farò a guardarmi nello specchio degli occhi di sua madre. Ma non ce la farò neppure a restare qui, di fronte agli occhi di Carlo che mi guardano da un manifesto, senza fare niente.

 

Perché so quello che devo fare, quello che tutti dobbiamo fare, subito: chiedere conto ai mandanti, agli istigatori, ai seminatori di odio; a chi certamente non gira con il coltello nascosto sotto la giacca ma, peggio, pronuncia condanne irresponsabili. E dobbiamo chiedere conto a chi volta la faccia dall’altra parte, a chi non vuole vedere né capire da che parte sta la violenza, e si trincera con supponenza dietro ad un atteggiamento di falsa equidistanza.

Dobbiamo chiedere conto a loro della vita di Renato, che non c’è più.”




permalink | inviato da il 9/9/2006 alle 20:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


8 settembre 2006

Tavor e programmi


Oggi il cielo è un po’ più terso, e l’afa romana si fa sentire sempre di meno; sembra quasi che l’estate stia scivolando via lentamente, senza scosse. Io non ho alcuna intenzione di metterle fretta e mi abbarbico ancora per un po’ sulle sensazioni più intense dell’ultimo mese e mezzo, forse perché ho paura che quando verrà il momento di voltare pagina mi troverò abbastanza confuso.

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Sono due giorni che l’attività cerebrale più impegnativa che mi concedo è rimuginare girandomi i pollici (non a caso la caramella di oggi è Tavor!) e fumando sigarette fino a consumarne il filtro. Benché siamo un po’ in anticipo, i sintomi sono sufficientemente chiari, e credo che oggi sia cominciata la settimana dei programmi. È un po’ come un ciclo mestruale, solo che viene al massimo due volte l’anno, e tendenzialmente si presenta a inizio autunno. Tutto inizia con un vago senso di insoddisfazione che va sedimentandosi strato su strato tra stomaco ed intestino. Nell’arco di poche ore il blando disagio si appuntisce e pizzica le corde della memoria: scorri come in un album fotografico dalle immagini vive e nitidissime solamente le occasioni perdute dell’ultimo anno, ululando come un coyote sulle sconfitte più pungenti. È a questo punto che finiscono gli elementi catartici e si parte con la seconda fase, a modo suo piuttosto creativa. Questa dura dalle 48 ore ai sei-sette giorni, e si risolve nella pragmatica ricerca di soluzioni alle proprie inquietudini. Alcuni esempi pratici: ricerco affannosamente su Porta Portese un affitto un po’ più basso; telefono al mio capo, più che mai deciso a far rispettare le mie esigenze, e gli strillo che per quest’anno 35 ore a settimana sono un po’ troppe; faccio estenuanti passeggiate col mio cane (che ha ormai quattro anni) cercando istericamente di insegnargli i rudimenti del vivere civile; fotocopio ogni testo dell’università che trovo dai miei amici e ripongo ordinatamente tutte le pagine sulla mensola del dimenticatotio; ecc.

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In genere la fase creativa si risolve con un nulla di fatto, ma stranamente al termine del ciclo non mi sento assolutamente frustrato, anzi. È la necessaria ricarica, la scrematura del superfluo e inutile, la resa all’ordinato caos della mia vita. Perché credo che a volte non sia necessario compiere grandi imprese, ma sia sufficiente aver elaborato completamente le ragioni che ti spingevano. Con estrema serenità.

 

 

p.s.: stasera forse un piccolo dente avvelenato me lo cavo, esco con S*****a. Spero diventi un rimorso in meno. Se no, sentirete un coyote ululare, stanotte.




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7 settembre 2006

Depakin



Dieci giorni così possono cambiarti la vita, se scegli la maniera giusta di affrontarli. Più precisamente, in dieci giorni puoi decidere di far slittare un po’ il tuo punto di vista, di modificare le tue percezioni, di stupirti quando scopri che un diversamente abile (cristo, mi ero promesso di non usare quel termine, ma mi rendo conto che non sono ancora abbastanza aperto per trovarne di nuovi) che non sa parlare ha strumenti di comunicazione più diretti e concreti di quelli che tu hai mai utilizzato in tutta la tua vita.

Dieci giorni servono per tornare a casa con qualche dubbio in più; con la voglia di prendere la tua vita, tagliarne i rami marci, ricominciare a camminare respirando così forte come non l’hai mai fatto.

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La caramella di oggi è il Depakin. Il Depakin è un farmaco che attenua le crisi epilettiche stabilizzando le reazioni neurologiche agli stimoli esterni. In altre parole, se sei un epilettico grave hai due scelte: aspettare le tue crisi, sperando ogni volta di non soffocare con la tua stessa lingua e di non sbattere troppo forte la testa su qualche spigolo; o affidare ogni tua emozione ad una pasticca.

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Negli ultimi dieci giorni ho somministrato quotidianamente ad A********o del Depakin insieme a dell’En (fortissimo tranquillante e seconda caramella di oggi) come da indicazione dei familiari che ce lo avevano affidato: ad ogni pranzo e ad ogni cena vedevo le parole morirgli in bocca, la testa dondolare in maniera infantile e dolcissima, le strilla di felicità per la sua vacanza che ormai rimbalzavano solo all’interno della sua testa, e sempre più lentamente.

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Negli ultimi dieci giorni, anche se non l’ho detto a nessuno, credo di essermi innamorato. Mi sono innamorato dei miei passi solidi e delle mie nuove sensazioni. Mi sono innamorato della mia stanchezza e delle mie piccole gratificazioni quotidiane. Mi sono innamorato di L***a che a 30 anni camminato per la prima volta senza cercare il conforto di un braccio al quale appoggiarsi. Mi sono innamorato di F*******a che non parla ma corre, e cerca sempre di baciarti in bocca. Mi sono innamorato di S****o, che non si spoglia neanche al mare e pensa sempre e solo al furgone di suo padre. Mi sono innamorato delle mie parole tutte nuove, fatte di respiri, tocchi e sguardi carichi di significati che fino a poco tempo fa non credevo potessero trovarsi in un gesto.

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E per concludere, un grazie a E*****a, che danza sulle nuvole appena un metro sopra le nostre teste (e conosce anche tutte le mosse più fiche!), e della quale forse, un pochino, mi sono innamorato davvero.

 

 

p.s.: i dieci giorni non me li sono inventati. A chi è rimasto incuriosito consiglio di dare una guardata al sito dell’Associazione Sclerosi Tuberosa, o di contattarmi per qualche informazione.




permalink | inviato da il 7/9/2006 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


6 settembre 2006



Fizz. Tavor. Alpenliebel. Morositas. Lexotan. Fisherman's Friends. Ecstasy. Vigorsol. Imodium. Pastiglie Valda. Mdma. Tic Tac. Euchessina. Pip. En. Hall's. Depakin. Fruit Joy. Prozac...Siamo solo l'avanguardia di un esercito multicolore; ogni soldato ha un fascino irresistibile, fatto di sapori chimici e forme tondeggianti.Siamo nelle tasche dei vostri pantaloni, nelle vostre borsette, negli armadietti dei vostri bagni, nei cruscotti delle vostre macchine, nei sogni dei vostri bambini; siamo negli angoli morti nei quali ci avete dimenticato, nelle vostere case e nei vostri vestiti.Possiamo farvi dormire, svegliare, abortire, cagare, godere, stabilizzare i vostri umori, sognare, avere un'erezione, flashare, mangiare e digiunare; controlliamo la vostra concentrazione e induciamo desideri insensati.Credete ancora che siamo ai vostri ordini, e niente ci fa più comodo. Siete convinti di scartarci, ma siamo noi ad abbattere lentamente le vostre difese.Siamo molto subdole, e la guerra è appena cominciata...




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